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Ne vale la penna

DI SFINGI E SCIMPANZÈ


Provo a raccogliere la sfida lanciata dal dott. Giancarlo Cascini in questo blog con il suo post datato 11 dicembre 2019, dall’appropriato titolo: “Dove sono finite le domande?

A me sembra che egli ponga un interrogativo nient’affatto banale:

“Nasciamo curiosi e ci attrae tutto. Poi cominciamo a presentare ai grandi una serie di “perché”. Poco dopo ci rendiamo conto che quelli non sanno come salvarsi e smettiamo di farci affidamento. E lì è la fine.”

Il dott. Cascini approfondisce ulteriormente la questione: “Ma non è il peggio. Peggio sono le notizie. “Vi informiamo che c’è una guerra tra Tizio e Caio.” E inizia un’altra storia, che ci narra quello che sta succedendo ma non “perché” sta succedendo. La passivizzazione è al suo massimo e con disinvoltura annoiata cambiamo canale su una gara di cuochi o una pubblicità. Tutte storie. Tutte risposte.”


Se ben interpreto il senso di queste parole, la questione sollevata è analoga a quella che attanaglia me da sempre, sia pure espressa in termini diversi.

Cerco di chiarire meglio il mio pensiero. L’intera esistenza ci pone di fronte alle solite eterne domande: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Si potrebbe anche dire in altri termini, presi in prestito dalla lingua inglese: what? who? how? where? when? Non sto affermando nulla di nuovo, lo so.


Sono anche perfettamente consapevole che quasi ogni essere umano cerchi la risposta a modo suo: chi nella religione, chi nella filosofia, chi nella scienza. Essendo tollerante e liberale per natura e per formazione culturale, non ho intenzione di criticare nessuna di queste scelte, tutte rispettabilissime e frutto della personale esperienza e sensibilità di chi le fa proprie.

Per non restare nella pura astrazione, posso dire che non mi sento certo in grado di confutare la teoria del “multiverso” o quella delle “stringhe”, né tanto meno mi azzarderei a criticare quei teologi che affermano che credere nel “multiverso” implichi lo stesso atto di fede che credere in Dio.

Lascio volentieri queste speculazioni a chi è più qualificato di me per affrontarle, ma - per quanto è nelle mie conoscenze - qualche “perché” cerco comunque di domandarmelo. Anzi, per essere preciso, devo dire che i miei interrogativi sono nati domandandomi “perché”, ma anche “come” e “quando”.


In estrema sintesi: a me è venuto il forte dubbio che, nel corso dei millenni che ci hanno preceduto, le cose non siano andate esattamente come ce le hanno raccontate.

E’ stato davvero possibile, migliaia di anni fa, tagliare, spostare, alzare e posizionare blocchi di pietra pesanti diverse centinaia di tonnellate solo con strumenti primitivi e con la forza degli schiavi?

Prendono tutti un abbaglio quegli studiosi che sostengono che la Sfinge porti segni di un’erosione dovuta a copiose precipitazioni che possono essersi verificate nel Sahara solo più di diecimila anni fa?

Tutti i complessi megalitici sparsi nel pianeta si possono considerare effettivamente spiegati dall’archeologia ufficiale?

E ancora: perché, in circa cinque milioni di anni, due popolazioni di scimpanzé, separate dalla modifica del corso del fiume Congo, si sono evoluti da un lato sempre in scimpanzé e dall’altro egualmente in scimpanzé, solo leggermente più piccoli e dal carattere meno aggressivo, chiamati scimpanzé nani o bonobo?


Dov’è la stranezza? Magari nel fatto che, secondo la teoria dell’evoluzione, nel medesimo periodo di tempo di cinque milioni di anni, altri primati si sarebbero evoluti da australopithecus fino a homo sapiens.

Particolarmente sfortunati gli scimpanzé o particolarmente fortunati gli esseri umani? E perché?

Si potrebbe andare avanti a lungo con ulteriori quesiti, e se fosse un contraddittorio in un’aula di giustizia si dovrebbe sentire anche l’altra versione.

Invece qui no. Ho scoperto che il bello di essere l’autore è proprio questo, poter esprimere la propria opinione senza necessariamente dover ascoltare quella altrui.

Emanuele Massuoli

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