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Ne vale la penna

DOVE SONO FINITE LE DOMANDE?



È inutile. Non riuscirò a dormire finché non troverò risposta a queste domande: 1) Ai pesci può puzzare l'alito? 2) Gli iceberg sono salati? (questa è facile) 3) Come ha fatto l’umanità a stare due milioni di anni senza Gaviscon e Dibase? 4) Si può rincollare una membrana antiaderente? 5) È più conveniente fare il pieno all’alba o al tramonto? 6) Che differenza c'è tra 'prezzo' e 'costo'? 7) La luna c’è anche quando non la guardiamo? 8) Perché il gatto non porta le pantofole al padrone? 9) Le idee, vengono o si hanno? (su questa ci diventerò matto) 10) Le lumache hanno i denti? 11) L'Intelligenza Artificiale può cadere in depressione? 12) La matematica è una scienza o un modo di vedere le cose? 13) Perché gli uomini dormono dal lato della porta?

Le domande non sono mai stupide, ma le risposte sono spesso banali. Però: dove sono finite le domande? È un po' che non se ne sente parlare.

Nasciamo curiosi e ci attrae tutto. Poi cominciamo a presentare ai grandi una serie di 'perché'. Poco dopo ci rendiamo conto che quelli non sanno come salvarsi e smettiamo di farci affidamento. E lì è la fine. Ci mettono davanti ad un cartone, cioè una storia raccontata, e inizia la piallatura della nostra curiosità, che continuerà ininterrotta, fino ai film, fino alle telenovelas, fino ai reality.

Queste storie sono risposte a domande non espresse. Soluzioni a vicende umane nelle quali non ci troveremo mai. Non le abbiamo chieste; non ci si è presentato un problema; semplicemente, seguiamo passivamente lo svolgimento dei fatti senza chiederci nulla. Ma non è il peggio.

Peggio sono le notizie. “Vi informiamo che c'è una guerra tra Tizio e Caio”. E inizia un'altra storia, che ci narra quello che sta succedendo ma non 'perché' sta succedendo. La passivizzazione è al suo massimo e con disinvoltura annoiata cambiamo canale su una gara di cuochi o una pubblicità. Tutte storie. Tutte risposte.

Sicché, quando non abbiamo una storia prefabbricata davanti, andiamo in astinenza e tiriamo fuori il cellulare per navigare sul social a vedere le risposte degli altri, sempre più banali e precotte. Ma non ci sentiamo bene.

Questa incapacità di attendere l'autobus, con le mani in tasca e lo sguardo assorto, ascoltando solo la nostra mente, ci crea un disagio oscuro. Sentiamo che le domande ci mancano, terribilmente, e le cerchiamo. Per cui, tornati a casa accendiamo la tv e ci lasciamo ipnotizzare da un trasmissione a quiz. Eccole le domande; che non ci saremmo mai fatti (non ci ricordiamo più come si fa). Ma queste domande, in quanto passivizzanti, finiscono per avere lo stessa funzione delle risposte. Non c'è scampo.

Ora, al ristorante, aspetto il cameriere. Ho una gran voglia di tirar fuori il telefonino ma resisto e mi chiedo perché le bollicine della minerale si formano solo in certi punti. E perché la fetta di pane ha i buchi. E perché quel tipo da solo al tavolino si è seduto dando le spalle a tutti.

Il cameriere arriva e mi porge il menù. Una lista di opzioni predeterminate e immutabili. Altre risposte. “Il signore vuole ordinare?” “Sì, mi porti due uova con marmellata di fragole”. “Prego?” “Vada, e non mi chieda nulla. Stasera le domande le faccio io”.

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