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Vale la penna

Gli occhi verdi dell’amore


Con Ettore ci si frequentava da sei mesi, una passione impossibile da governare, intesa su tutti i fronti. Ci davamo appuntamento ogni giovedì, davanti alle scale di un poliambulatorio del quartiere più desolato della città, sempre alla stessa ora.

Uscivo dall’ufficio alle cinque e mezza, era la mia giornata lunga, e a Leone, ogni giovedì, raccontavo che ne approfittavo per andare a rimettermi in sesto nel mio istituto estetico preferito. Su tutta questa montagna di reiterate bugie, poco verosimili ma efficaci, era seduto Leone, con la sua ingenuità, la faccia perennemente contrita, gli occhi liquidi annegati nella malinconia. Ma in ogni modo la mia vocazione all’adulterio non poteva prescindere da lui. L’adulterio cronico va a braccetto con la vigliaccheria, che è amica dell’ipocrisia, talora di una protervia genetica, ma “C’est la vie”, ripetevo continuamente a me stessa. La buona conduzione del mio ménage familiare dipendeva dalle soddisfazioni coniugali ad alto funzionamento. Un equilibrio sottile ma necessario, certo, secondo il mio pensiero, che Leone non avrebbe condiviso per nulla al mondo.

Ettore mi desiderava come anche io lo desideravo. In un giorno in cui mi sentivo particolarmente afflitta da un indecente romanticismo, lo guardai a lungo negli occhi. Non avevo notato fino ad allora che erano verdi, come quelli di Leone. Mi presi il tempo per un rapido excursus mentale: anche Loris, Diego, Mauro, Fabrizio avevano gli occhi verdi, ed erano stati miei in diversi momenti della mia vita.

Non è che il colore degli occhi fosse stata una condizione a priori per avviare una relazione infiammata con ognuno di loro; è stata una considerazione postuma, ed ora, con Ettore, in un momento di intimità , si affaccia con insolente certezza la considerazione di aver avuto solo uomini con gli occhi verdi. sfumature e tonalità diverse. Tra i baci e le carezze di Ettore mi lasciavo andare a centrare con il pensiero la faccia di Leone, cercando di mettere a fuoco l’esatto punto di verde delle sue iridi. Sospirai, in preda a un’inspiegabile attacco di nostalgia. Mi sciolsi dall’abbraccio, mi rivestii in fretta e lasciai il sordido alberghetto di periferia, teatro delle nostre voluttà di mezza settimana, per fare ritorno a casa.

Infilai le chiavi nella toppa e mi resi conto di avere il cuore all’altezza del collo. Una sensazione fastidiosa, e credevo, ingiustificata. Quando aprii la porta Leone era là, in fondo al corridoio con un forchettone in mano e un grembiule da cucina. Mi sorrise con una dolcezza inaudita, capivo che aveva preparato un qualche piatto elaborato per una cenetta romantica per noi due.

Per me.

Mi avvicinai con passi lenti e misurati.

La luce calda dell’ applique colpiva, illuminandoli, i suoi occhi. Erano di un verde profondo, leale, magnifico, da togliermi il fiato. Non provavo una sensazione cosi violenta da molto, troppo tempo. Lo abbracciai forte e di nascosto piansi, trattenendo i singhiozzi.



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