ZenZero

PEN SPACE

Ne vale la penna

La Bellezza si scrive da sola


Io sono convinta che i libri si scrivano da soli.

Non è l’autore che li crea. Egli è solo il mezzo attraverso il quale le idee diventano parole. Essi esistono prima che l’autore lo sappia.

Non a caso, nei momenti più impensabili, si immaginano interi capitoli, interi paragrafi, senza sapere minimamente da dove arrivino perché fino ad un secondo prima non c’erano. Se si attende anche per pochi attimi a trascrivere le idee, esse passano. E non tornano. Il giorno dopo, gli stessi concetti saranno scritti in modo diverso o non saranno scritti affatto.


Ogni mia parola scritta è nata così. Sia quella che trova il suo posto negli articoli scientifici delle riviste tecniche, sia quella della cosiddetta “divulgazione”. Sia quella destinata ai professionisti della scienza, sia quella destinata ai miei carissimi amici pescatori. Si è scritta da sé. Io sento solo una irresistibile esigenza di parlare della cosa più importante e necessaria alla vita: la bellezza.


Spesso considerata superflua, qualcosa di cui ci si occupa quando tutti gli altri bisogni siano stati soddisfatti, la bellezza è invece necessaria. Necessaria alla sopravvivenza, necessaria alla vita, necessaria ad ognuno e per ogni attività umana. Nessun essere umano può vivere senza. La bellezza è necessaria come l’aria. Senza aria si muore, senza bellezza si muore. Credo che un uomo che pensa di poter vivere senza bellezza è un essere umano che respira, ma è morto. E con lui muore ogni sua attività, inclusa la scienza.


La bellezza, ebbene sì, è necessaria anche alla scienza. Non ci pensiamo mai, ma è così. Ogni giorno provo a mostrarlo, a dimostrarlo, a convincere chi mi circonda, sia esso qualcuno che di scienza vive, sia chi di scienza sente solo parlare.

Sento insomma irresistibile la necessita di scrivere di una necessità. Il bello come oggetto di un piacere necessario.


Mi hanno insegnato che gli uomini di scienza non si occupano di bellezza. Questa cosa non mi è mai andata molto a genio, finché ho capito che si sbagliavano.

Non solo. Ho scoperto che il mondo è pieno di uomini e donne che vivono di scienza e timidamente, talvolta nascondendosi, sanno che hanno bisogno dell’arte per esercitare la loro funzione di scienziati. Percepisco che il tempo in cui la scienza si è ammalata di tecnologia è, forse, al suo declino.

La bellezza è ovunque. Dunque, se con la scienza tentiamo di descrivere il mondo, non possiamo non occuparcene. Paradossalmente, chi vive di scienza potrebbe possedere uno strumento in più di comprensione, ma non siamo abituati ad usarlo per capire la bellezza.

Ci hanno insegnato che scienza è razionalità e non follia. Invece io penso che scienza e follia siano assolutamente interdipendenti, perché si cibano dello stesso alimento: la creatività. Uno scienziato che non sappia cogliere questo aspetto vedrà passare il treno della natura davanti a sé, ma non sarà in grado di salire.

L’osservazione non basta, occorre una sorta di intuizione disciplinata, dunque una combinazione fra l’intuizione irrazionale e la disciplina del rigore. Saper vivere la propria follia estetica nella scienza significa viverla emotivamente in una sintesi difficile, ma ormai necessaria.


Ci siamo ammalati di prudenza, ma di prudenza, talvolta, si muore. Abbiamo paura della bellezza perché essa fa tremare, perché in fondo sappiamo che non è apparenza, ma sostanza e non ci è stato insegnato a riconoscerlo. Per trovare la bellezza occorre scavare nel proibito in fondo a noi stessi. Gli artisti, dai musicisti ai pittori, dagli scrittori ai danzatori, lo sanno: chi vive di scienza non sempre lo sa o spesso ne ha timore.


Si narra che Albert Einstein, quando gli veniva proposta una equazione molto valida e ragionevole ma esteticamente non efficace, non la contestasse. Diceva solo, con un breve sospiro: “Oh, che brutta”.

E se una equazione gli pareva brutta non c’era modo di destare il suo interesse, si stupiva anzi che ci fosse qualcuno disposto a perdere tempo con la bruttezza. Era convinto che la bellezza fosse il principio guida della ricerca. Cioè una equazione doveva essere emotivamente espressiva, altrimenti non poteva essere giusta.


Dunque, per me, non si può fare scienza e non si può scrivere di scienza senza occuparsi di bellezza e senza occuparsi della parte “folle" di noi stessi.

C’è qualcosa di folle nel processo creativo anche quando lo scopo che si prefigge è molto serio, come quello scientifico.


Mi chiedo spesso perché cose appartenente opposte siano belle. Ad esempio: le mani rugose di un contadino e quelle bianche e lisce di una donna, le linee nere di un disegno carboncino e quelle di una equazione.

Dunque, che cosa è la bellezza?

53 visualizzazioni

ZenZero Editore - P.Iva 02626260695

  • Black Facebook Icon
  • YouTube Icona sociale
  • Twitter Icon sociale