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Ne vale la penna

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LA E CHE MI SALVA DALL'EDITOR


Francamente. Se io fossi uno scrittore, avrei paura dell’editor. Per fortuna una piccola insignificante “e” mi protegge da questa paura: un editore è tutt’altra cosa.

La paura non è tanto che un editor possa prendere il mio scritto e riscriverne ampi brani come se fosse cosa sua, sostenendo che la sua stesura sia migliore; questo losco figuro può essere rimesso a posto facilmente spiegandogli che, se ha velleità di scrittore, può affrontare la pagina bianca anziché intervenire su una già scritta. Io personalmente non accetterei mai e poi mai che si cambiasse una sola virgola del mio testo, prima di averne ampiamente discusso.


Il problema, comunque, non sta in ciò che l’editor può fare, ma in ciò che spesso e volentieri non fa: valorizzare lo scrittore ed aiutarlo ad esprimere se stesso.

C’è sempre, latente, un desiderio di protagonismo che fa sì che l’editor veda il libro come un oggetto sul quale lavorare… come se potesse migliorarlo. La conclusione è ironica, perché nessun editor può migliorare un romanzo. L’unica cosa che può essere migliorata è la consapevolezza dello scrittore di ciò che ha scritto.


Qui, per capirci, bisogna introdurre un altro concetto, quello di scrittore di talento.

Lo scrittore talentuoso non si riconosce dalla perfezione estrema di ciò che scrive (anche se la cosa è possibile e posso provarlo), dall’assenza di refusi o di sviste ortografiche. Lo scrittore eccellente sta dietro tutto ciò, si trova esattamente a metà della linea che divide le sue parole dalle nostre; si percepisce persino dietro il refuso, perché uno scrittore non è - banalmente - nel refuso, ma nell’idea che lo ha generato.

Se infatti analizziamo il tipo di refusi e di sviste contenuti in un testo, capita di riscontrare che sono ricorrenti, che sono sempre gli stessi. E questo fatto vuol dire qualcosa, vuol dire che lo scrittore di talento ha una tecnica espressiva, a volte inconsapevole.


Principalmente, vuol dire che l’enorme difficoltà dello scrivere sta nel tradurre in parole un marasma di idee, sensazioni, fatti e passioni. In un tempo limitato, prima che l’idea si perda nell’oblio, e con le parole più adatte, prima che cambino.

Un po’ come se si dovesse trascrivere un concerto per orchestra per un unico strumento. I violini, gli oboe, i clarinetti, ogni suono deve confluire in un’unica linea melodica che li riassuma tutti, e questa linea melodica deve conservare la suggestione dell’insieme. In musica sono state realizzate splendide trascrizioni, ma per quanto belle siano nessuna di esse riesce a conservare la grandiosità dell’insieme originario. Del resto, la pretesa non è di conservare la grandiosità, bensì l’effetto.


Lo scrittore di talento riesce a farlo, riesce a trascrivere la complessità umana su un solo rigo conservando intatta l'esperienza, che è fatta di innumerevoli fili di pensiero intrecciati e indistricabili; ma l’impresa è ardua, e capita che perda per strada qualche sfumatura. Capita che ciò che la mente “dice” in un certo modo venga tradotto in una frase che, alla lettura, ha un’altra portata. Basta una virgola a cambiare un’inflessione. Ma ciò non lo sminuisce, semmai fa di lui un essere umano imperfetto nella sua perfezione.


A volte, lo scrittore – talentuoso o meno – è talmente preso dal sacro fuoco della creatività da non rendersi conto che una virgola al posto di un punto farebbe la differenza nella sintonia con il lettore. Non è che lo scrittore non conosca la punteggiatura, il punto è che lui è quello che scrive la partitura e non spetta a lui suonarla.


L’editor, probabilmente, dovrebbe servire a questo: come un musicista che esegua una partitura e suggerisca all’autore dove è possibile che una suggestione si sia persa.

Ultimamente leggo moltissimo, testi “grezzi” e opere già pubblicate.

Tralasciando i primi, che non sono oggetto della discussione, a volte è davvero grande lo sconforto nel leggere un romanzo e vedere come l’autore – bravissimo, validissimo – non sia venuto fuori del tutto. Come il testo abbia conservato intatti quei piccoli corto circuiti originari del momento creativo, quelle imperfezioni che lo trattengono a tanto così dall’essere un piccolo capolavoro.


Eppure basterebbe sistemare gli “a capo”, dividere correttamente i paragrafi, sostituire una virgola a un punto perché il testo fluisca, non solo sulla pagina ma nella mente del lettore.

Sono certa che, avendo la possibilità di discuterne con lo scrittore, egli sarebbe d’accordo. Se potesse riflettere su come un pensiero fluido si traduca in una certa punteggiatura, in uno stacco della lineetta; su come la concitazione del racconto sia resa in maniera mirabile dal punto e virgola, sul significato profondo dei due punti come strumento per sottintendere mondi conosciuti… invece no.


C’è molta incuria, c’è molta superficialità e poca considerazione per lo scrittore che sta dietro ad un testo. Sarà perché se lo scrittore – che è essere intelligentissimo – potesse avere una totale consapevolezza della sua partitura, gli editor diventerebbero inutili. Per fortuna, non gli editori…

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