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Ne vale la penna

MONOLOGO DELLA BOTTIGLIA

MONOLOGO DELLA BOTTIGLIA



(La bottiglia, o uomo/donna bottiglia, è posta al centro del palcoscenico.)


È corretto dire che non me ne frega niente se tutti mi baciano sulla bocca?

È corretto dire che non me ne importa un fico secco se qualcuno mi rutta sulle labbra, o se taluni, credendosi amanti, m’insozzano con le loro sudicie mani?

Ed è corretto che io sia dannatamente immorale e me ne lavi le mani di ogni qualsivoglia giudizio?

Nessuno abbia a dire che cincischio con i pregiudizi, o con altri foruncoli, che bivaccano nei cervelli dei benpensanti.

Nessuno creda di zompare, con un trallallà, dalla mia agonia alla vita normale: non vi lascio.

Siete i pupazzetti con cui gioco nelle noiose e petulanti giornate di uggia e nebbia.

Nessuno si arroghi il diritto di scrutare oltre quello che sono, per confondere i beoti su quello che sarei potuta essere o su quello che non sono.

Eccomi nello splendore più assoluto e nella forza più potente: sono la dama di corte e l’amazzone fiera e invincibile.

Come chioccia covo le vostre angosce e le trasformo in nascita di serpi e scarafaggi.

Siete le ignobili lumache che lasciano le secrezioni lungo l’anima consunta.

Siete i piccoli bastardi su cui scommetto la mia infinita vita.

Siete i sassi che otturano le tubature.

Su, su, nella processione lungo il viale alberato, con indosso il vostro bel vestito di legno, io vi scorterò con ieratica professionalità: sarò al vostro fianco o magari nella tasca dell’autista del carro, e lascerò che si beva alla vostra salute.

Salute?

Potrebbe sembrare una presa in giro o uno scherzo del destino ma, giuro, non sarà né l’uno né l’altro: lascerò che si beva alla salute di un morto e non riderò affatto.

E d’altronde perché dovrei ridere a un funerale?

Avrò la mia bella etichetta appiccicata sul ventre e me ne starò composta lungo tutto il tragitto.

Sono artista tra gli artisti.

Dipingo con colori inverosimili ma credibili.

Parlo e scrivo con parole talmente prive di significato da assumerne uno incredibilmente saggio.

Suono con corde spezzate o con tasti derisi dal tempo. Canto le note più rivoluzionarie che si possano cantare e, ai crocicchi dell’anima, danzo una taranta fino allo sfinimento.

È corretto dire che prendo a calci in culo tutte le ipocrisie?

È corretto dire che anche il gallo di Pietro, al terzo chicchirichì, era ubriaco marcio e sbagliò i tempi?

Chi credete che faccia da spazzino nelle strade degli aspiranti suicida?

Chi pensate sia il condottiero di mille e mille eroi con la medaglia appuntata sul petto?

Chiedete ai poveri alpini come han fatto a correre a mille e a mille incontro alla morte: a ognuno di loro ho addolcito il gargarozzo e a ognuno di loro ho lasciato che facesse l’amore con me.

È corretto sottolineare che ardimentose imprese siano dovute non all’amor di patria ma al mio dissetante e colorato sangue?

Se sia corretto o meno ha poca importanza.

Sono trasparente e non ho nulla da nascondere.

Sono profondamente democratica e profondamente puttana.

Non faccio differenze.

Mi concedo a tutti senza imbarazzi.

Faccio da padre confessore a preti cialtroni, e a vescovi arricchiti e senza Dio.

A innamorati e a cornuti concedo sfoghi e asciugo lacrime.

Ospito nelle mie stanze scafisti, sovranisti e populisti e, come nelle fumerie d’oppio, lascio che sprofondino nell’incoscienza, annebbiando loro credi e religioni, e facendoli incamminare negli scantinati dell’anima dove i ratti la fanno da padroni.

Sono la via più breve e veloce per annegare nell’oblio le coscienze sgrammaticate, e in modo altrettanto breve e veloce le faccio ritornare a un mondo di rutti, vomito e serpenti.

Per tanti sono il primo bacio del mattino e l’ultimo bacio della sera.

Per altri sono il nodo scorsoio camuffato da elegante cravatta che tiene loro compagnia la notte.

Bacio tutti, tutti, senza lamentarmi degli aliti e senza discriminazioni.

Do me stessa fino all’ultima goccia assolvendo ai compiti evangelici: non è forse, questa, carità cristiana?

Potrei anche predicare a vostro favore ma come il buon usuraio, dopo, con o senza patto, pretendo il doppio e il triplo di quanto prestato.


(Imposta la voce. La rende simile al predicatore di sermoni).


Adorati figli di chissà chi, stavolta sono qui, dall’altra parte della barricata.

Vedete? Ho anche il paramento.

Mi faccio prestare le parole del buon senso e ve le dono.

Dovete ascoltarmi!

Basta cercare in me il coraggio che non avete.

Io non aggiungo né tolgo niente al vostro vivere senza di me.

Non sono un’amante che dà calore.

Non sono la via breve per i vostri sogni.

Assieme alle comari che mi hanno preceduto sono e rappresento unicamente un paio di manette strette ai polsi del cervello e della coscienza.

Lasciate ch’io rimanga, in piedi e piena fino all’orlo, nella mensola di un bar.

Ritornate ad essere padroni di voi stessi e fate in modo che io muoia nel lavandino di casa vostra (si toglie la stola).

(Reimposta la voce come a cambiare personaggio) L’avete notato?

Avete notato che istrionica zoccola che sono?

In men che non si dica vi ho ammollato il sermoncino, e in un altrettanto friccico di tempo vi riporto sui giusti binari del mio inarrestabile e fetente carisma, lì dove espongo la mercanzia nuda e cruda: bevimi, amami, tocca pure prima di pagare.

Tu, tu in prima fila, nonostante la cravatta e i calzini di seta, se vuoi, puoi amarmi.

Puoi amarmi di nascosto se temi il giudizio degli altri: io non ti sputtanerò.

Discrezione e professionalità sono le mie doti migliori.


(Si schiarisce la voce. Si siede sul terzo gradino. Ricambia tono)

Ho sicuramente meritato di salire sul podio di questa bizzarra classifica di lestofanti, anche se, per quanto mi riguarda, il mio posto sarebbe sullo scalino più alto, là dove si pavoneggia quella seggiola scassata.

Si sa che le classifiche vengono stilate in base ai tornaconti di giudici corrotti, e lei, la seggiolina, si è concessa senza sosta, h. 24, come una zoccola d’altri tempi.

Io so di essere la migliore e non m’importa se qualcuno la pensa in modo diverso.

A quelli che mi hanno avuta, non è mai interessato né della sedia né del televisore.

Io e solo io bastavo ai loro bisogni.

Si è mai visto un ubriaco stare seduto su di una sedia?

Si è mai visto un alcolizzato guardare e ascoltare un dibattito alla TV?

I miei amanti li ho stesi dappertutto, nei bar, nelle piazze, nei cessi della stazione, negli scantinati delle case popolari e nelle taverne delle ville, in ogni luogo e in ogni dove, ma non li ho mai messi a sedere su di una sedia posta davanti al televisore, e quindi?

Donde viene quest’assurda classifica?

Sì è proprio una classifica bizzarra.

Una classifica che non tiene conto dei dati reali e imbroglia i numeri.

Come nelle elezioni politiche capita che chi perde dichiari di aver vinto e chi vince si ritrovi ad aver perso.

Il tempo è quello che è.

Voi, sono sicura, non avete capito niente e pensate che queste cose accadono solo agli altri, e d’altronde questo è teatro, finzione scenica, recita di guitti.

Voi siete i padroni, i custodi del libero arbitrio.

Volete impadronirvi di me?

Fate, fate pure.

Cosa c’è di più divertente che vedere i padroni prigionieri dei servi?

Come dite?

Un controsenso? Sì, certo, un controsenso.

Sorseggiate, sorseggiate pure che tanto i vostri pancreas passano ma io resto.

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