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Ne vale la penna

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outing


Anche io farò outing.

So che questo mi provocherà molte antipatie, ma alle soglie dei 50 anni me ne importa poco. Anzi voglio fare nuove conoscenze, conoscere chi è come me. Perché - ebbene sì - pare sia una cosa assai grave farsi venire l’orticaria al pensiero di una decisamente sopravvalutata stagione: l’estate.

Lo confesso: odio l’estate.

Ecco, l’ho detto.

Sono irrimediabilmente, incontestabilmente, ostinatamente fuori dal coro. Ho pensiero assurdo, insopportabile, una sorta di fastidiosa cocciutaggine.

Carissimi filomezzestagioni, siamo come una malattia rara. Rari appunto e fastidiosi. Pertanto tocca rassegarsi: siamo destinati ad una vita di solitudine. Per questo dobbiamo fare outing, perché basta.

Diciamolo chiaro: l’estate fa un po’ ripugnanza.


Almeno due mesi di agonia, Luglio e Agosto. Talvolta di più se Giugno e Settembre si mettono a fare i capricci. Col sole allo zenit che ti riduce a brandelli il cervello. Peggio di un inverno antartico, non c’è scampo, non c’è rimedio, ti puoi spogliare, ma nulla giova. Un fuoco biblico che ti attanaglia, manco fossimo nell’anticamera dell’inferno.


Ma perché la chiamano “bella stagione”? Non l’ho mai capito. Io più che altro cado in una narcolessia in cui ogni movimento, ogni pensiero richiede uno sforzo triplo del solito, in cui non vedo un accidente senza un paio di occhialoni neri da far invidia alla Hepburn. Poi ci sono le zanzare, il sudore, le scottature, il puzzo, la corsa da formula 1 tra il supermercato e casa perché tutto il fresco ti si cuoce in macchina nel giro di 10 minuti, le auto al sole come forni crematori di nazista memoria, i condizionatori che non funzionano mai bene e ti danno il mal di testa, l’acqua che manca, il mare che si trasforma in una discoteca di corpi esagitati e sudaticci dove ascoltare la risacca diventa una missione impossibile, l’orrenda abbronzatura arancione moda e supplizio della pelle, l’impossibilità fisica di mettere il naso fuori da quattro mura dall’alba al tramonto, e se sei costretto ad uscire sgattaiolare tra una lingua infinitesima d’ombra e l’altra come un ladro d’appartamenti, i vestiti appiccicati addosso, la sciattezza dei disperati, la ricerca di un condizionatore come un eroinomane in cerca di una dose, gli incendi - dolosi, ovvio - dove tutti gli improvvisati ecomafiosi si svegliano col caldo come orsi dal letargo, i miliardi di selfie come se tu sia più importante di quello che è dietro di te (mare, montagna, opera d’arte che sia non ha importanza), l’impossibilità tecnica per tutti noi gente normale che non somigliamo per niente alla Loren di apparire appena decenti non potendosi mettere uno straccio addosso, e dove la sciatteria balneare invade anche le città quando sappiamo perfettamente che la moda estiva è improponibile per il 90% delle persone; il truccarsi non ne parliamo salvo decidere di somigliare a un pierrot entro 20 minuti, il raggiungere l’anticamera della morte passando da 18° al chiuso e 40° all’aperto se va bene, altrimenti da 40° gradi senza un filo d’aria al chiuso ai 40° gradi con un filo d’aria all’aperto.


Ferie? Che incubo in estate, non mi dilungo perché ognuno ha i suoi aneddoti in proposito.

Dormire? Una chimera, per il caldo, le zanzare, il rumore dei forzati del divertimento (se non tiri le ore piccole e fai casino d’estate non sei nessuno, si sa).


Se il mio destino fosse di finire la mia vita in un forno sarei nata pollo, immagino.

Una volta ho incontrato un muratore che mi ha detto “Sai a chi piace l’estete? Ai ricchi…”. Chapeau.


Bella davvero, l’estate… No, è un orrore l’estate, è bella solo perché nella società ove tutto ciò che è eccesso, temperature incluse, deve essere osannato. La bella stagione è quella dell’aria dolce e fresca delle mezze stagioni, del silenzio, delle passeggiate all’aperto nei boschi o in riva al mare. Senza urli, senza fuoco, senza abbronzature, senza i lavori forzati del falso giubilo.

Però io, si sa, so’ strana…


D’estate mi sento disorientata e confusa. Non c’è niente da fare.

Ogni anno aspetto di sopravvivere. Quando sento che non ce la faccio più, che sto per scoppiare, mi faccio una dose di “Le vite dell’altipiano” di Mario Rigoni Stern e aspetto con rassegnazione di vedere scendere il sole.

Alla fine il refrigerio sta sempre e solo lì. Nei libri.
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