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Ne vale la penna

SCRIVETECI, SE NON SCRIVETE COME ME


Scrivo un italiano più che corretto, se vogliamo anche bello. Almeno così mi hanno sempre detto.
Ma per fortuna non ho velleità da scrittore; la mia caratteristica più rilevante è quella di aver sempre letto. Ho cominciato che non avevo ancora cinque anni e ho continuato instancabilmente per tutta la vita leggendo qualunque cosa mi capitasse a tiro: decine di libri, centinaia di libri; finché ho imparato a scegliere consapevolmente.
Da lì, forse, l’idea di una casa editrice.


Editori non si nasce, e se è per questo nemmeno si diventa tramite un percorso scolastico. Si può formare un editore dal punto di vista della gestione pratica di un’azienda, si possono spiegargli i principi del marketing o le regole dell’impaginazione, ma non esiste legge o percorso canonico che ci dia una “patente” per la scelta dei libri da pubblicare. Perciò, ogni editore è diverso dall’altro e opera le scelte in maniera altrettanto diversa.
Nel mio caso, la spinta è stata proprio l’esigenza di scegliere cosa leggere. Per molti anni, decisa a scovare nuovi “classici” che affiancassero quelli già presenti nella mia libreria, ho tentato la sorte attingendo tra le decine di migliaia di esordienti pubblicati annualmente, e troppo spesso mi sono chiesta come certi testi siano potuti finire convertiti in carta. Tutto ciò, ovviamente, prima di avere contatti con gli agenti letterari e scoprire come vengono “prodotti” molti libri al giorno d’oggi.
Così le mie illusioni sul concetto di letteratura sono andate a farsi benedire, insieme all’idea romantica dello scrittore che sta lì con la fronte corrucciata a farsi venire l’Idea, che scrive all’alba ispirato dal sole nascente o di notte nel soprassalto di un sogno che contiene lo sviluppo della trama.


Prima di tutto, quindi, temo di aver scelto di vestire i panni dell’editore pensando che sarebbe stata cosa buona e giusta, per me, leggere testi che provenissero inequivocabilmente dagli autori che li hanno scritti: non avrei trovato di certo i futuri classici nella mistificazione.
Un secondo motivo, più determinante, riguarda il recente pullulare di “motivatori letterari” il cui slogan è che lo scrivere un libro sia operazione possibile in mezza giornata… “anche se non hai mai scritto un libro”.
Anche se non conosci l’italiano? Mi verrebbe da chiedere, a giudicare da come sono proposti questi slogan.
Questa moda della facilità, comunque, mi ricorda una delle frasi che più detesto: “E che ci vuole?”, tipica di ogni volta che, non sapendo fare qualcosa, l’incompetente denigra il lavoro qualificato.
È una frase che proprio non sopporto, ancor più se riferita ad un testo letterario. Io che ho passato la vita a chiedermi come facciano gli autori a scrivere certe cose, a scriverle così bene, a trasformare insignificanti banalità in assoluta bellezza e non ho ancora trovato una risposta, né in me stessa né nel cosmo.
Puro talento, pura divina illuminazione, pura fortuna?


Qualunque cosa sia, evidentemente non è toccata in dote a me. E così, in questo mio essere editore, vi è una ricerca. Quella del come. Del capire se il talento sia uno strumento che può essere sviluppato, messo a punto e perfezionato, se si possa imparare per simbiosi o se si debba rinunciare: forse si nasce scrittori, e se non lo si è bisogna rassegnarsi tentando quanto meno di essere buoni lettori.

Una volta chiariti i motivi - totalmente egoistici, a quanto pare - che mi hanno indotto al ruolo di editore, posso dunque affermare che la scelta di questa casa editrice è di pubblicare libri “scritti bene”, ispirandosi al genio di Wilde che ha detto: “Non esistono libri morali o immorali, ma solo libri scritti bene o scritti male.”
Estrapolata dal contesto storico e personale dell’Autore, per me la frase vuol dire soltanto una cosa: che il talento è capace di trasformare qualsiasi materia in arte, persino una tazzina sporca su un tavolo da cucina.
Questo procedimento di trasformazione, grazie al quale persino l’immorale, il banale, il volgare possono diventare interessanti e persino formativi, questo procedimento si chiama appunto arte dello scrivere.


Perciò noi, in questa casa editrice, non abbiamo preferenza per un genere letterario o per un contenuto rispetto ad un altro; non applichiamo la censura ai testi, né escludiamo argomenti “scomodi” e impopolari tra i lettori privilegiando quelli più gettonati. No.
Agli autori che ci propongono i testi noi non possiamo rispondere con la frase usuale: “Sfortunatamente, la sua Opera non rientra nella nostra linea editoriale.”
Non essendo una casa editrice specializzata, se qualcosa è “scritto bene” rientra sicuramente nella linea editoriale.
Ma qui si pone un problema spinoso, dal momento che l’autore deve pur farsi un’idea del nostro concetto di “scrivere bene” e altrettanto il lettore, se vuole capire che genere di libri pubblichiamo.


Provo dunque a spiegarlo tornando a capo, ribadendo che “Scrivo un italiano più che corretto, se vogliamo anche bello. Almeno così mi hanno sempre detto.”
Ma non basta. Scrittore non è semplicemente sinonimo di “persona che scrive”, altrimenti la categoria comprenderebbe l’intera popolazione alfabetizzata. Non è nemmeno sinonimo di “persona che scrive bene”, altrimenti lo sarei anche io. Invece io sono consapevole dei miei limiti, perché nel corso degli anni ho potuto confrontare il mio scrivere con quello di autori immensi e ogni volta, restando estasiata dalle frasi, dalla disposizione e dalla sonorità delle parole, ho compreso di dover rimanere un lettore per tutta la vita. Ho imparato che il talento è una somma di mille piccoli particolari insignificanti che organizzati con arte sprigionano una potenza infinita, e che quest’arte di combinare e disporre non è di tutti.


E dunque, potrei concludere dicendo che per scrivere bene bisogna semplicemente non scrivere come me. Bisogna scrivere meglio, ma soprattutto “diversamente” da me. Bisogna trasformare l’italiano corretto in italiano letterario.
Per essere più comprensibile, poiché credo che un esempio valga più delle mille parole che ho scritto, vi propongo una sorta di gioco: come l’avrei scritto io – come l’ha scritto l’autore.
IO:
"Era agosto, pomeriggio inoltrato. Attraverso le persiane, i raggi arancio del sole arrivavano sul tavolo della cucina. Lì c’era una tazzina bianca sporca di caffè, che non ricordavo di aver bevuto e nemmeno quando."
L’AUTORE:
"Il cuore di un pomeriggio d’agosto filtrava tra le fessure delle imposte, e tra quelle dita arancioni di luce, allungate sopra il tavolo della cucina, brillava il bianco di una tazzina ancora sporca di caffè consumato in un tempo senza memoria, che non riuscivo a ricucire nell’ordine comune delle cose." (Stefano Medaglia, Tango irregolare)
La prima cosa che voglio chiedervi è: avete subito capito che le due frasi descrivono la stessa identica cosa? O qualche altra sensazione ha preso il sopravvento?
Io vi dico che nella prima frase c’è la descrizione statica - benché accurata, credo - di uno scenario, nella seconda c’è un’atmosfera, che peraltro è la stessa dell’intero romanzo – ve lo dico io che l’ho letto. Anche estrapolando la frase e decontestualizzandola, essa conserva un’intenzione e racchiude un movimento.
E’ una specie di magia.

Ora, con ciò non voglio affermare che tutti gli autori debbano avere uno stile simile a quello di Stefano Medaglia, per carità; ogni autore ha il suo stile personale, un diverso lessico e una sintassi peculiare, così come un modo personale di comunicare emozioni.
Basta che siate capaci di trasformare la banalità in bellezza - che sia morale o immorale; in tal caso mandateci il vostro lavoro, saremo lieti di prenderlo in considerazione.
Basta solo che non scriviate come me, e potete mandarci tutti ti testi che desiderate.
Dubito molto che un giorno cominceremo a rispondervi che “il vostro testo non rispetta la linea editoriale”; ma se così fosse, almeno saprete il perché.

foto copertina
Tommy Calabrese
Stefano Medaglia
Sabrina Bartolozzi
Lucius Etruscus

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